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17 Ottobre 2019
Cultura

Nuccio Caffo alla guida della Camera di Commercio di Vibo Valentia

Storie di un protagonista dell’imprenditoria calabrese

di Rosita Mercatante

La sede della CCIAA di Vibo Valentia

Nuccio Caffo, classe ‘75, intraprendente, lungimirante e vulcanico, Nuccio Caffo incarna in toto la figura dell’imprenditore moderno. Prima muovendosi sulle orme del padre Pippo, e successivamente apportando un prezioso contributo di idee e conoscenze maturate in seguito ai suoi studi in Economia e Commercio, è riuscito alla grande a dare continuità alla centenaria realtà dell’azienda di famiglia, la distilleria Caffo. Proprio la strategia di dialogo tra quattro generazioni sembra essere stato il loro punto di forza: approcci, energie e punti di vista diversi che si confrontano e si arricchiscono, che si compensano e si onorano nel tempo. Un processo che ha assunto di più le sembianze di convivenze generazionali che di passaggi generazionali da gestire in maniera sistematica. Quali sono i suoi ricordi da bambino dell’azienda e quando ha capito che avrebbe voluto dare il proprio contributo per la sua crescita? Ricordo che già ai tempi della scuola trascorrevo i miei pomeriggi nello stabilimento. Ero l’ombra di mio nonno, stavo spesso con lui, e ho avuto modo fin da piccolo di vedere come nasceva un liquore. Più osservavo più mi appassionavo. Non mi sono mai dovuto fermare a ponderare la decisione se lavorare nell’azienda di famiglia o meno perché si trattava di una strada che ho sempre percorso con naturalezza. Era ciò che volevo fare da sempre, sono già nato imprenditore in una famiglia che da oltre un secolo si occupa della produzione di alcol e di bevande alcoliche. Nel tempo quello che sembrava un gioco è diventato il lavoro della mia vita ed ha occupato a pieno gli anni della mia gioventù. La maggior parte del mio tempo è sempre stato dedicato alla gestione dell’attività aziendale di famiglia. Cosa significa “ereditare” la gestione di un’azienda con un passato così importante? Innanzitutto è un grande motivo di orgoglio, e anche lo stimolo ad operare sempre bene e con grande responsabilità. Quella che era un’attività artigianale di quegli anni con il lavoro soprattutto degli ultimi vent’anni si è trasformata in una moderna realtà industrializzata che non è più una singola azienda ma un gruppo aziendale con diversi stabilimenti in Italia dove si producono distillati e liquori, e a breve anche prosecchi. Un’azienda centenaria che si presenta sempre fresca e performante. Com’è possibile? Per stare al passo con i tempi abbiamo sempre cercato di fondere nella giusta misura la tradizione con l’innovazione. Dalla fine anni Novanta in poi abbiamo intrapreso una svolta: quella che oggi chiamano industria 4.0, noi l’abbiamo anticipata nel 1998 automatizzando una parte dei processi produttivi, e poi intercettando per tempo il cambiamento in atto nella produzione delle aziende in modo da essere competitivi sul mercato anche al di fuori dei confini regionali. Conta di più la qualità del prodotto o l’immagine? Serve una combinazione di questi due elementi. Contemporaneamente alla costruzione di uno stabilimento più “industrializzato” è partita la costituzione di una rete di vendita a livello nazionale. La nostra crescita è stata graduale accompagnando la produzione di qualità alla distribuzione sempre più capillare. Oggi siamo arrivati ad avere una distribuzione ponderata del 97% in tutta Italia con 100 agenti su tutto il territorio e la presenza su tutta la grande distribuzione. Con l’Amaro del Capo, il nostro prodotto di punta, siamo diventati leader prima solo degli amari, adesso rispetto a tutti gli alcolici. Dagli ultimi dati risulta l’amaro più venduto in Italia. Lei si è impegnato particolarmente sul fronte della conquista del mercato estero. Che risultati avete ottenuto? È un passo che abbiamo compiuto nel momento in cui abbiamo capito di avere le spalle più forti per poter affrontare meglio i mercati internazionali. Già sul finire degli anni Novanta abbiamo avviato una piccola società di importazione di alcolici negli Stati Uniti, e che oggi è arrivata ad operare in 25 stati diversi.Siamo presenti anche in Argentina e da poco in Brasile. Parallelamente avevamo creato una società in Germania per poter gestire il paese a maggior consumo di amari, con sede a Monaco di Baviera.

Si chiama Caffo Deutshcland. Questa ha distributori anche in Austria e in Svizzera. La Germania è il paese estero dove stiamo crescendo di più perché abbiamo fatto un accordo con una delle più grandi distillerie tedesche, la Berentzen, per entrare nella rete della grande distribuzione. Siamo presenti anche in Russia, Inghilterra e Spagna, Sud Africa, Giappone e Australia. Insomma possiamo dire di esserci affermati a livello internazionale, anche se il nostro fatturato resta principalmente ancora quello italiano considerato che qui la quota di mercato che abbiamo nel settore è alta: l’Amaro del Capo ha circa il 30% di quota a livello nazionale. L’azienda Caffo si è fatta notare per il suo investimento nel campo pubblicitario riuscendo ad avere anche vetrine importanti come quella del Grande Schermo. Quanto conta la presentazione del prodotto al consumatore? Abbiamo sempre puntato parecchio sulla comunicazione pubblicitaria su cui abbiamo investito sempre di più seguendo l’andamento dell’attività. Negli anni Settanta i locali della costa degli Dei, dove i turisti facevano il primo incontro con l’amaro, erano tappezzati di adesivi con lo slogan “Amaro del Capo, ghiacciato è formidabile”. Poi manifesti e locandine la cui realizzazione è stata affidata ad un’agenzia specializzata. Attualmente tra i nostri dipendenti c’è anche un art director, un artista poliedrico che segue da vicino ogni aspetto della nostra immagine pubblicitaria. Anche da parte sua è arrivato un contributo per la realizzazione dell’ultimo spot targato PubliOne, che da nove anni è il partner in comunicazione di Caffo, che si presenta come un vero e proprio show. “Spettacolare ghiacciato” è il claim sostenuto dalla canzone scritta da Luca Sardella (e interpretata con la figlia Daniela) appositamente per il liquore calabrese. I suoi prodotti “parlano” di questa terra? Una bottiglia di Amaro del Capo racchiude i sapori e i profumi della Calabria. La maggior parte delle 29 erbe sono calabresi come la liquirizia, l’anice con l’eccezione di spezie che provengono da tutto il mondo. I calabresi emigrati sono stati i primi a sponsorizzare il prodotto, come dei veri e propri ambasciatori. Da Gennaio 2019 si è aperto un nuovo capitolo della sua vita professionale: è diventato Presidente della Camera di Commercio. Qual è il suo obiettivo? L’obiettivo principale è fare di tutto per evitare l’accorpamento con le Camere di Crotone e Catanzaro. A sostegno di questa posizione ci sono delle motivazioni: innanzitutto il fatto che si tratta di un Ente che si sostiene da solo con i diritti camerali e che ha un bilancio sano e quindi merita di continuare a vivere. La sua funzione è fondamentale: ha il compito di stare vicino alle imprese in un territorio che ha già tante problematiche e anche parecchie potenzialità inespresse nel campo del turismo e dell’agroalimentare. Se si allontana il presidio anche il servizio si allontana. Dobbiamo attendere l’esito dei ricorsi per sapere cosa ne sarà dell’Ente. Noi stiamo lavorando come se avessimo davanti una prospettiva infinita. L’istituzione di un tavolo tecnico per rilanciare il turismo e l’internazionalizzazione sono tra le priorità del programma.

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