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Catanzaro
18 Settembre 2019
Cultura

Emanuele Giacoia raccontato dal figlio Riccardo

Da “Novantesimo minuto” al novantesimo compleanno

di Maria Rita Galati

Dalla storica trasmissione sportiva della Rai, nel corso della quale ha magistralmente raccontato le gesta del Catanzaro in serie A, ai suoi novant’anni, festeggiati nei primi giorni di marzo. In mezzo c’è la storia di un grande giornalista calabrese, autorevole carismatico che ha saputo raccontare attraverso la sua voce, – inimitabile tanto da guadagnarsi il titolo di “the voice” dal suo amico Bruno Vespa – pagine importanti di una regione come la Calabria che con il calcio ha sognato e sperato. Emanuele Giacoia ha raccontato la nostra regione, non solo attraverso lo sport, con professionalità e puntualità, diventando esempio e riferimento di generazioni di cronista. Ma Giacoia è anche un padre e un nonno, presente e affettuoso. Curioso e appassionato. Cosa significa essere figlio di Emanuele Giacoia, ce lo racconta il figlio Riccardo, giornalista Rai al quale ha trasmesso indirettamente l’amore per questo mestiere, ma senza troppi incoraggiamenti. Partiamo da Emanuele Giacoia padre: sotto questo aspetto qual è il suo ricordo e l’immagine più significativa del vostro rapporto? Per quello che ha potuto, visto il mestiere che faceva e, dunque, le sue eterne “assenze”, è stato un padre amorevolissimo e premuroso, capace di ascoltare (caratteristica non comune) ma anche autorevole e carismatico. Quando parlava io e i miei fratelli restavamo incantati e persuasi. Lui non aveva certo bisogno di gridare per farsi rispettare. La sua per me è stata sempre una grande figura di riferimento. Emanuele Giacoia giornalista, per intere generazioni sicuramente un maestro: quali erano le doti che ne hanno fatto un grande giornalista? È stato molto di più che la sua voce, pur splendida ed inimitabile tanto da guadagnarsi il titolo di “the voice” dal suo amico Bruno Vespa. La sue doti più importanti sono state la cultura (era un divoratore di libri) e la curiosità infinite, quello che ogni bravo giornalista dovrebbe avere. Ancora oggi, a 90 anni, legge libri e giornali, scrive, segue la tv, coltiva la sua grande passione per l’archeologia, partecipando a rassegne e convegni in tutta Italia. Un esempio raro, alla sua età, di vitalità intellettiva ed intellettuale. Quanto ha influenzato suo padre nella sua decisione di intraprendere la stessa professione? Lo ha fatto indirettamente, diciamo. Era inevitabile a casa mia respirare il profumo del giornalismo. Sono cresciuto nel suo ambiente e il mio orecchio è sempre stato sintonizzato su quel mondo. Dunque l’amore per questo mestiere è nato sin da quando ero un ragazzino. Devo dire, però, che nonostante quello che molti credono, mio padre non mi ha mai incoraggiato, anzi. E una cosa posso affermarla con orgoglio, se sono diventato quello di oggi lo devo solo al mio lavoro e ai miei sacrifici. Vi racconto un aneddoto significativo, in questo senso. Un’estate di tanti anni fa riuscii ad avere una piccola collaborazione con Il Mattino di Napoli. Quando uscì il mio primo pezzo corsi subito da lui a farglielo vedere. Sapete come commentò? “A pazziella mann e criatur”, tradotto dal napoletano (lui è di origini campane infatti) “il giocattolo in mano ai bambini. Come dire non è roba per te. Pensate che razza di incoraggiamento! Il nome di Emanuele Giacoia è indissolubilmente legato a “90° minuto” e ai servizi soprattutto sul Catanzaro in serie A: quali sono gli episodi più significativi di questa straordinaria pagina di giornalismo sportivo? Sì, è vero. Anche se a lui, confesso, questa “etichetta” è sempre stata un po’ stretta, perché faceva e ha fatto cose anche su altri temi e in maniera straordinaria. Ad ogni modo certo, quella di 90° minuto e del Catanzaro in A è stata forse la pagina più bella della storia sportiva della Calabria, raccontata in una trasmissione che faceva ascolti stellari, forse più di quanto fa Sanremo. Gli episodi sono tanti e non basterebbero decine di pagine per raccontarli. Ma la cosa più importante, a mio avviso, è stata la sua straordinaria capacità professionale di riuscire a fare tutto senza i mezzi e la tecnologia che ci sono oggi. Dai collegamenti per la radio a Tutto il calcio Minuto per Minuto, in tv, appunto, per 90° minuto, poi le interviste, il montaggio dei servizi, l’invio alla redazione di Cosenza e a Milano alla Domenica Sportiva e via elencando. Il tutto, con mezzi che a pensarci oggi viene da mettersi le mani nei capelli. Ma lui ci riusciva, e anche molto bene direi. Quali i vantaggi e quali gli svantaggi, sul piano professionale, nell’avere avuto un padre così prestigioso? I vantaggi? I suoi insegnamenti. Gli svantaggi moltissimi. Il continuo sentirsi paragonati, intanto. È difficile gestire una eredità come la sua, credetemi. Per fortuna io faccio cose completamente diverse e oggi il linguaggio del giornalismo televisivo è profondamente cambiato, quindi posso affermare che i paragoni siano abbastanza fuori luogo. Ad ogni modo da un po’ di tempo a questa parte qualcuno quando lo incontra per strada adesso gli chiede “scusi, lei è il padre di Riccardo Giacoia?”. Finalmente! Qual è stato il più grande insegnamento che ha ricevuto da suo padre e che ritiene di poter trasmettere a quanti voglio intraprendere il giornalismo? Studiare, leggere, essere curiosi di tutto. E poi certamente il rispetto assoluto per chi ti legge o ti ascolta, senza pensare che i nostri utenti abbiano l’anello al naso. Se imbrogli, la gente se ne accorge. Parlare e scrivere semplice poi, perché il famoso “contadino di Canicattì” deve poter capire quello che dici o scrivi. E il rispetto per le storie. Anche la più piccola se la sai raccontare ha la sua dignità. E infine, non sentirsi mai arrivati. Quando pensi di esserlo hai finito, non puoi fare più questo mestiere. Quali differenze riscontra tra il modo di fare giornalismo ai tempi di suo padre e quello di oggi: probabilmente non ci sono differenze legate soltanto agli aspetti tecnici e tecnologici… Tg e quotidiani sembrano roba da preistoria, ma non è proprio così, perché per buona parte dei cittadini-utenti restano ancora oggi le principali fonti di informazione. Naturalmente sono profondamente cambiati nel modo di confezionarli e nei linguaggi. Basta vedere, ad esempio, i tg di 30 anni fa e quelli di oggi per rendersi conto di come sia completamente diverso, più snello il modo di raccontare, legato soprattutto alla necessità di essere essenziali e veloci. Certo in un mondo in cui la notizia è già vecchia un secondo dopo che è uscita, con i nuovi strumenti di comunicazione, siti web e social, è una bella lotta per la sopravvivenza. E quali differenze tra la Calabria raccontata da suo padre e quella raccontata da lei? Posso dirlo? A me sembra che non ce ne siano. Sarò pessimista, ma se ci accorgiamo di come sia cambiato il linguaggio del racconto televisivo paragonando un tg di ieri con uno di oggi, al contrario i temi sul tappeto sono sempre gli stessi, dalla disoccupazione alla mafia. E non si è mai risolto un gran che. Proprio di recente, ad esempio, ho realizzato uno speciale per Tv7, il rotocalco di approfondimento del Tg1, sul dramma dei portuali di Gioia Tauro, sui giovani che lavorano per pochi euro nei call center e su quelli che ancora oggi sono costretti ad emigrare per cercare lavoro. Mi dite che cosa è cambiato? Non a caso in apertura e in chiusura del servizio ho scelto la celebre canzone di Otello Profazio “Qua si campa d’aria”. E purtroppo ancora oggi il testo di quel brano sia drammaticamente attuale.

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