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Catanzaro
18 Settembre 2019
Attualità

Con Sissy è morta la “pista”- suicidio di Mario Meliadò

“Caso” Trovato Mazza, l’agente penitenziario ed ex campionessa di futsal per i familiari ha pagato con la vita l’aver scoperto i “misteri” della Giudecca

di Mario Meliadò

È morta il 12 gennaio scorso stroncata da un’infezione, dopo due anni d’agonia in coma ininterrotto, l’agente penitenziario ed ex campionessa d’Italia di fùtsal (era portiere della scudettata squadra di calcio a 5 femminile, la Pro Reggina) Sissy Trovato Mazza. La giovane di Taurianova era in servizio a Venezia, al carcere femminile della Giudecca. Il giorno d’Ognissanti del 2016 s’era recata a trovare una detenuta in puerperio all’Ospedale civile “Santissimi Giovanni e Paolo”: non si è mai capito come e perché, poco dopo le 11 dello stesso giorno fu ritrovata in gravissime condizioni nell’ascensore del reparto di Pediatria del padiglione “Jona” per una rivoltellata alla testa. In realtà, col decesso della 28enne guardia carceraria svanisce, per molti versi, anche l’ipotesi del suicidio che fin dall’inizio aveva accompagnato il fronte investigativo e giudiziario. Questo perché fin dai primi momenti anche la sola idea che quella ragazza solare e così attaccata alla vita avesse compiuto un gesto estremo («Per una delusione amorosa», si disse a caldo; poi si parlò di depressione) era stata ferocemente osteggiata dai familiari e dalle ex compagne della Pro Reggina. Del resto, le stesse indagini lascerebbero molto a desiderare, come sviscerato in ventiquattro fittissime pagine vergate dall’avvocato Fabio Anselmo (lo stesso del caso di Stefano Cucchi): innanzitutto, perché il «vivo di volata», ossia la parte finale della canna della pistola d’ordinanza con cui Maria Teresa (questo il suo nome di battesimo) si sarebbe sparata alla tempia non era sporca di sangue; poi perché Sissy impugnava ancora l’arma con la mano destra, circostanza incompatibile con la «gravissima e inabilitante lesione cerebrale» e ancor più «tenendo conto del rinculo». Né si capisce cosa sia accaduto al telefonino che la giovane stava usando prima dello sparo, considerato che un cellulare – forse proprio quello – è stato ritrovato nell’armadietto dell’agente due giorni dopo i fatti. Per tacere delle mani «livide, gonfie e piene di graffi», che rimandano a una colluttazione.

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