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17 Ottobre 2019
Cultura

“L’ultima cena” calabrese. La “riscoperta” dell’affresco nel refettorio del Convento dei Cappuccini a Saracena.


di Alfonso Morelli – Associazione Culturale Mistery Hunters

Particolare di Gesù

Molto clamore mediatico ha suscitato, lo scorso mese di gennaio, la “riscoperta” di quella che è stata definita “L’ultima Cena calabrese” all’interno del refettorio conventuale dei Cappuccini a Saracena, in provincia di Cosenza, struttura abbandonata il 10 novembre del 1811 a seguito della soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone Bonaparte e Gioacchino Murat. I frati vi fecero ritorno nel 1854 ma il convento fu definitivamente chiuso nel 1915 per mancanza di novizi, tant’è che tra il 1917 e il 1918 venne addirittura usato come luogo di prigionia per i soldati austriaci e tedeschi.

L’associazione culturale Mistery Hunters – assieme all’Amministrazione comunale di Saracena, alle Associazioni Mystica Calabria e Santa Maria del Gamio, e con Enrico Marchianò, presidente del Club Unesco Cosenza, Gabriele Montera, scrittore ed esperto di Leonardo da Vinci – ha constatato la bellezza decadente, la magia e l’aria spirituale che si respira in un luogo dove la natura ormai ha preso il sopravvento e dove “l’Ultima cena calabrese” è solo la ciliegina su una torta molto golosa. Il convento e la copia del cenacolo vinciano saranno probabilmente di “poco valore” – come sostengono alcuni critici dell’arte che invitiamo, comunque sia, prima a visitare il sito, anche se difficilmente raggiungibile e poco turistico -, ma ciononostante per noi è un tesoro di tutti e pertanto va studiato e rispettato. Questa storia, senza alcun desiderio di ricorrere al sensazionalismo, ha riacceso una piccola scintilla in un orgoglio calabrese sopito dal quotidiano e ad oggi è il simbolo di quanto in Calabria può e deve essere valorizzato. Perciò, sarebbe utile e bello se esperti di storia, archeologia e arte volessero approfondire l’argomento. Tanto più che il tutto ricade in un anno particolare, il 2019, in cui ricorrono i 500 anni della morte dii Leonardo da Vinci.

Il Cenacolo presente nel refettorio del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano è uno dei vertici della pittura di tutti i tempi. E non soltanto di quella sacra. In questa sua Ultima Cena, il maestro toscano sceglie di immortalare l’istante esatto che segue la dichiarazione di Gesù del tradimento di uno dei suoi discepoli, in cui si scatenano le diverse reazioni degli apostoli, ma prima dell’identificazione del traditore. Anche se, come aveva ben intuito Goethe, il Cenacolo di Leonardo «è assolutamente unico e non vi è nulla che possa essergli paragonato», esistono numerose copie dell’originale vinciano: tra le opere a grandezza naturale spicca, per pregio e antichità, la copia del Giampietrino che dalla sua sistemazione originale della Certosa di Pavia, si trova oggi al Magdalen College di Oxford. Altra copia, questa volta leggermente più piccola è quella attribuita a Marco d’Oggiono, dipinta ad olio su tela che si trova esposta al Museo del Rinascimento del Castello di Ecouen (di proprietà del Louvre). Esistono inoltre altre copie meno famose nella chiesa dei Monoriti di Vienna, al Da Vinci Museum di Tongerlo (Belgio) e nella chiesa parrocchiale di Ponte Capriasca vicino a Lugano. Altre copie da ricordare sono quelle presenti ad Alzate Brianza nella chiesa di San Giorgio attribuita al pittore Sigismondo De Magistris e datata 1531, a San Lorenzo Maggiore a Milano di data e pittore sconosciuti e soprattutto quella della Pinacoteca Ambrosiana, commissionata nel 1615 ad Andrea Bianchi detto il Vespino dal cardinale Federico Borromeo, che chiese di riprodurla fedelmente per mantenerne memoria, dato che, già dopo poco tempo, l’opera di Leonardo era quasi del tutto distrutta. Riteniamo dunque che anche la copia ritrovata in Calabria in un luogo nascosto e abbandonato del convento dei Cappuccini a Saracena, anch’esso ormai ridotto a rudere e raggiungibile solo a piedi, meriti un doveroso approfondimento storico-artistico e una opportuna valorizzazione.

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